domenica 31 dicembre 2006

Isole fortunate

Quale voce giunge dal suono delle onde
che non è la voce del mare?
E' la voce di qualcuno che ci parla
ma che, se ascoltiamo, non dice,
proprio perché abbiamo ascoltato.

E solo se, in dormiveglia,
senza sapere di udire udiamo,
essa ci dice della speranza
alla quale, come bambini
nel sonno, dormendo sorridiamo.

Sono isole fortunate
sono terre che non hanno luogo,
dove il Re dimora aspettando.
Ma, se ci andiamo svegliando,
la voce tace, e c'è solo il mare.

L'insonnia fa brutti scherzi e propone versi portoghesi. Stasera mi sono accorto di non aver ancora pubblicato nemmeno una poesia, lascio a chiusura di quest'anno alcuni dei versi più belli che io conosca. Mi piacciono davvero. Sono sognatori e secondo me insoliti nella poesia di Pessoa, un paio di anni fa ho scelto di metterli sulla prima pagina della tesi, ero soddisfatto. La mia tesi non mi è mai piaciuta più di tanto e ho cercato di abbellirla così, con un po' di narcisismo. Rileggo questi versi e li trovo assolutamente perfetti, semplici come dovrebbe essere un bel sogno fatto col sorriso. Quello di chi dorme sopra una speranza che non va detta e di chi cerca un rapporto diverso con gli altri. Credo che leggere questa poesia possa far bene a tutti.

venerdì 29 dicembre 2006

tanto pe' parla'


Avrei dovuto preparare due impianti di riscaldamento per altrettanti appartamenti, avrei dovuto iniziare uno studio sul recupero di alcuni vecchi mulini ad acqua a scopo idroelettrico e abbinarci possibilmente un piccolo sistema a idrogeno, avrei dovuto scrivere una relazione del clima acustico di un'area ferroviaria per il master, avrei dovuto finire la traduzione in spagnolo per il Perù, sempre per il Perù avrei dovuto iniziare il progetto di un nuovo digestore anaerobico e relativo impianto, avrei dovuto continuare a studiare sul solito brevetto che devo consegnare quanto prima alla camera di commercio, avrei dovuto documentarmi sul recupero di tre cave dismesse e avrei dovuto anche decidermi sul nuovo libro da cominciare a leggere. In certi casi è meglio chiudere gli occhi e senza che nessuno se ne accorga uscire di casa a passeggiare. Adesso ho un vago senso di colpa che mi accompagna nella scrittura, in compenso ho fatto shopping e ho bevuto una tisana orientale disgustosa. La tisana mi ha fatto passare il mal di testa. Sorseggiando quella bevanda rossiccia e davvero troppo aromatizzata, ho capito che devo concedermi una vacanza quanto prima. Mi piacerebbe un posto caldo dove camminare con un paio di ciabattine ai piedi, se mi va, forse suonare darbuka e magari aggiungere un canto da strada e un ballo, sempre da strada ovviamente. Sarebbe bello poi aggiungere quelle serate in cerca di un ristorantino sconosciuto dove si paga poco e il cuoco, che in certi posti è anche il padrone, passa a salutarti al tavolo. Ti consiglia il piatto del giorno mentre ammicca alle due straniere sedute al tavolo accanto. Quelle che sono sempre bionde e scollacciate, dato il caldo che fa. Il simpatico lo fa ovviamente più con loro, e tu sorridi. Aggiungerei una spiaggia dove all'ora di pranzo vado a rifugiarmi all'ombra sorseggiando la birra più insipida del mondo e la mia incapacità di spalmare la crema solare. Per fortuna che la mia pelle rifiuta l'abbronzatura. Forse Lisbona potrebbe essere una bella idea. Mentre medito sulla vacanza da organizzare per la primavera voglio ricordare al mondo che ieri due donne meravigliose sono tornate dal continente africano, Giulia e Cecilia, Capo Verde e Malawi. Le esperienze sono state di natura diversa, ma la birra chiara del Kandinsky ha riassunto tutto in un'unica soluzione, appena appena alcolica. Stasera torno proprio al Kandinsky, arriverò prima che finisca l'ora felice, intanto rimango in attesa delle foto di ieri sera, quelle in cui baciavo tutti e tutte.

martedì 26 dicembre 2006

Pensieri musicali



Quest'uomo sta partendo per il Brasile, mi ha scritto oggi. L'anno scorso mi salutava per Natale così, vestito da renna e al caldo di Sidney. Ha sempre pensato di assomigliare a Rudolph, la prima renna di Babbo Natale. Ormai da Londra sta iniziando un altro viaggio, come dice lui la cosa più bella delle partenze è sapere che tanta gente continua a fare la stessa vita di tutti i giorni e non sanno che sta per arrivare una nuova persona nelle loro vite, che in un modo o nell'altro verranno cambiate. Trovo che sia un bel modo di vedere i viaggi. Vorrei raggiungerlo in Brasile, mi piacerebbe andare a ballare un po' di samba sulla spiaggia con lui che continua a chiamarmi hermano e che cucina carne insieme alla cipolla arrostita in padella. Che dice sorridendo di mangiare un poco de mierda quando prepara quelle zuppine pronte tipo Brodo Star. Appena torna a Londra lo passo a salutare, ho deciso, almeno per tornare a passare qualche altro giorno in casa con lui e uscire per pub e discoteche. Sono già curioso di sentire i racconti dal Brasile e vedere se almeno un po' di portoghese lo ha imparato. Vedrò di capire se ancora fa l'elettricista a tempo perso tra un po' di surf e i viaggi. E in Brasile prima o poi andrò anch'io, andrò a Bahia a cercare Carlinhos Brown e Caetano Veloso, canticchiando Gilberto Gil e forse provando a baciare un'altra volta Maria Bethania. Che bello ricevere quel bacio dopo il concerto a Umbria Jazz, davanti al Blitz, mi ricordo benissimo...
Intanto oggi ho riscoperto la bellezza di ascoltare delle canzoni in cassetta, quella del Meuri, il solito ingegne' dei muretti, quando apriamo uno studio insieme?? Se non faccio la società a Gubbio è imminente, già te lo dico. Le calle di Rivera aspettano solo di abbellire il mio ufficio tecnico, Meurovich. La cassetta regala emozioni, è Certi Momenti di Bertoli, bellissima davvero. Domani sarò insopportabile per tutto lo studio cantando nel mio ufficio Cent'anni di meno e tutte le altre. Ma lo sapevo già che mi sarebbe piaciuta 'sta cassetta. E poi c'è stato il meraviglioso cd del Pampa, ormai ascolto Campanitas de Cristal e la sento mia, mi ci riconosco e trovo molto bello il piano di Noro Morales che suona un jazz leggero. Ora scappo per raggiungere la cena in casa Pasqui e magari salutare tutti quelli che non rivedo da un po', lascio ovviamente due versi di Bertoli:
...Mille cannoni perduti da un bacio
Noi credevamo alla pace nel mondo
Bastava un dolce sorriso, uno sguardo
Tutti abbracciati in un bel girotondo
Anche al diluvio davamo il suo freno
Quando avevamo cent'anni di meno...
un pensiero a questi tre amici ma non è nostalgia e non vuole essere nostalgico, è solo una bella canzone

lunedì 25 dicembre 2006

Striscia di Natale

Il racconto natalizio di Giovi non m'è arrivato, nell'attesa di poterlo leggere lascio tutti in compagnia di Calvin, come al solito se non dovesse leggersi bene basta cliccare sopra l'immagine per ingrandirla. Leggete tutti la storia di Garrincha qua sotto, intanto vado a farmi bello sotto la doccia...un abbraccio al mondo

domenica 24 dicembre 2006

L'allegria del popolo

Qualche tempo fa ho fatto un sogno, giocavo a calcio con la maglia del Brasile, quella numero sette, sulla maglia c'era scritto Garrincha. Il sogno finiva con tutta la nazionale che si ritrovava nel seminterrato a cantare con Caetano Veloso, al risveglio ero un uomo felice. Ripensavo alla storia di Garrincha e mi preparavo alla partita di calcetto del pomeriggio, è stata una delle partite più brutte mai giocate. Mi sono fatto male subito, Trippa aveva le vesciche ai piedi e Cagnini uno stiramento all'inguine. Ma la storia di Garrincha è rimasta e ho promesso di scriverla su qualcuna di queste pagine. E' uno di quei racconti che quando si ascoltano non si dimenticano più, a me è successo così. Lo chiamavano l'allegria del popolo, è stato il giocatore più amato dai brasiliani, per lui hanno scritto canzoni, libri e poesie. Di lui si è innamorata una stella della musica brasiliana, Elza Soares. Lei sposata con l'uomo che l'aveva violentata qualche anno prima e lui che vinceva i mondiali da solo in Cile. Entrambi nati nelle favelas della provincia di Rio si ritrovarono in una storia d'amore travolgente. Da piccolo fu affetto da poliomielite e ne uscì con una gamba più corta dell'altra, con minime possibilità di poter camminare correttamente. Curò la sua malattia correndo sui campi di calcio. Garrincha è uno dei più brutti uccellini che vivono nel Mato Grosso, gli diedero questo nomignolo perché era uno storpio, tutto pelle e ossa e con gambe e colonna vertebrale storte. Ogni squadra lo rifiutava senza vederlo giocare, in una partita d'allenamento umiliò un difensore del Botafogo e in quel momento cambiò la sua vita. La sua finta era sempre la stessa e sempre imprevedibile, il Brasile con lui e Pelè in campo non perse mai. Era una persona semplice, ingenua e che aveva una visione allegra della vita. Aveva due passioni, il calcio e gli uccellini. Quando muore l'intero Brasile capisce cosa sia stato Garrincha e capisce di avergli dato troppo poco. C'è un aforisma che ho letto qualche anno fa e che spiega molte cose. Si dice che se parli con un vecchio brasiliano di Pelè, questi si toglie il cappello per un senso di devozione. Se gli parli di Garrincha si mette a piangere. Garrincha è morto solo, dimenticato in una povertà nera e alcolizzato. Pelè rappresenta ancora il modello da seguire, quello dell'uomo di successo, vincente e integrato. Garrincha descrive invece quello che veramente è il Brasile, un paese classista, probabilmente razzista dove l'alcol e gli abusi sono ciò che dovrebbe essere rimosso dalla coscienza e che non va affrontato. Un anedotto meraviglioso è legato al modiale del '58 vinto dal Brasile. Al ritorno dall'Europa i calciatori furono accolti dal governatore di Rio, fu preparata per loro una festa allo stadio dove c'era una colomba in una gabbia. Al termine della cerimonia il governatore annunciò che una villa sulla spiaggia era il premio concesso ad ogni calciatore. Mentre il governatore si congratulava con i giocatori Garrincha gli si avvicinò e disse "A me non interessa la villetta, ho un altro desiderio...", invitato a parlare dal governatore guardò la colomba e ne chiese la liberazione

sabato 23 dicembre 2006

Melville



Domani creerò un cd di rara bellezza per il Pampa, lo chiamerò Melville, sarà struggente e incantatore, come Moby Dick lo era per Ahab...capisco di aver bisogno di tornare a scrivere, lo farò presto con una bella storia che avrei già dovuto pubblicare

Sogni d'oro a tutti

mercoledì 20 dicembre 2006

Vete de mí

Tu, que llenas todo de alegria y juventud
que ves fantasmas
en la noche de trasluz,
y oyes el canto perfumado del azul
Vete de mí.

No te detengas a mirar
las ramas muertas del rosal
que se marchitan sin dar flor
mira el paisaje del amor
que es la razon para soñar
y amar.

Yo, que ya he luchado contra toda la maldad
tengo las manos
tan desechas de apretar
que ni te puedo sujetar
Vete de mí.

Seré en tu vida lo mejor
de la neblina del ayer
cuando me llegues a olvidar
como es mejor el verso aquel
que no podemos recordar
Finalmente pubblico questo testo e per un po' smetterò di parlare di bolero...

martedì 19 dicembre 2006

Giorni feriali

"Ingegne'! Venga che da quassù si vede tutta Gubbio..."
E io a salire sempre sui tetti, tra pannelli solari e un senso di precarietà. Solo ora mi sono colpevolmente reso conto di non aver dedicato troppe parole a questa città. La frase è celebre, molti dei miei amici la conoscono, chi me l'ha detta l'ha fatto col cuore, ne sono sicuro. C'è un legame tra la città e i suoi abitanti che non avevo incontrato prima, saranno i monti, l'isolamento degli Appennini, ma è più probabile che sia bella davvero. Bella come dicono loro che ci abitano. Adoro questa gente, non faccio altro che dirlo, quella semplicità con cui ti parlano e guardano quei viottoli che salgono soltanto è meravigliosa. Si riconoscono e dopo un po' ti fanno "Ma non sei di Gubbio...". Regalano olio, tartufo e vino. Parlano di Perugia come di un luogo lontano. Raccontano per sei mesi i Ceri che sono stati e immaginano per sei mesi quelli che verranno. Due o tre giorni all'anno si svegliano alle quattro di mattina, ansia da Ceri. In quei giorni dalla finestra dove ogni tanto mi affaccio io rimane appeso S.Giorgio e i suoi colori, qualcuno oggi già ha detto che mi vedrebbe vestito coi colori di S.Antonio, forse lo farò. E' narcisismo, mio e loro, lo capisco bene e me ne compiaccio, so che cederò. Intanto domani appenna arrivo prendo un caffè e mi metto a chiacchierare tra i viottoli, a parlare di Gubbio e della neve che è sempre più nell'aria. Di quella pioggerellina strana che non è mai pioggia, fina fina e che m'arriva sempre sul naso. Sono sicuro che mi diranno che la pioggia è quella, solo quella, magari mi diranno anche che è loro, come Gubbio e i Ceri. Prima o poi comprerò una piccola mansardina da dove si vede tutta Gubbio

domenica 17 dicembre 2006

una teiera e tè

Oggi ho ripensato al tè, quello marocchino, la loro bevanda nazionale, alla quale ti arrendi subito. Inizi a berlo e non ti fermi più. Quel tè è una delizia, bollente e servito in bicchieri di vetro oblunghi, versato dall'alto con teiere d'argento. Sorseggiarlo mentre si chiacchiera diventa subito un'abitudine. Dentro va a finirci la cosiddetta hierba-buena, a me fa pensare ad altro, ma dicono che sia menta. E' sospetto il fatto che la menta non mi sia mai piaciuta tanto come laggiù. La foto è di un piccolo paesino, Chefchauen, che guarda in alto e sta in cima alle montagne dell'Atlante. Lassù ci si ritrova immersi tra il bianco e l'azzurro. I colori del paradiso e dell'amore, dicono. L'equilibrio che ne risulta è sorprendente. Un paesino che sembra un incanto, con il bagno arabo e una piccola moschea proprio nel mezzo. La porta colorata di giallo e verde è chiusa ai non credenti. Appena dietro una piazzetta piena di colori e tappeti, bigiotteria che si paga in base alla capacità di mercanteggiare giocando col venditore e locali addossati l'uno all'altro che offrono tè. Ovunque si trova del tè. Basta dire shukran, grazie, e si ruba un sorriso. E' facile. Il tè che ci si ritrova nel bicchiere è sempre lo stesso, due dita di zucchero in fondo, un bicchiere caldissimo che nemmeno si tiene in mano e un rametto di menta a galla tra i vapori. Ogni tanto un moscerino annegato da tirare via col dito. Qualche arabo mi ha raccontato che il tè dovrebbe essere bevuto in tre sorsi. Il primo deve essere ardente come il deserto e la vita. Il secondo amaro come la morte. Ma il terzo e ultimo dolce come l'amore.

sabato 16 dicembre 2006

stordimento e Calvin

Un'aspirina dovrebbe riuscire a cancellare questo mal di testa, io ci aggiungo anche il rituale del thè, qualche biscottino con gocce di cioccolato e una canzone cantata sottovoce, poi ricerca di un berrettino nuovo e forse di un pigiama bianco...